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< Ma soprattutto si verrebbe a creare una grave disuguaglianza tra cittadini, qualcosa di fortemente antidemocratico. Perché se è giusto incoraggiare chi ha studiato sodo, e penalizzare invece chi ha cercato scorciatoie in qualche “laureificio”, va anche detto che un provvedimento come l’abolizione del valore legale del titolo di studio potrebbe essere accettabile solo dopo aver reso paritario l’accesso all’istruzione. E in un paese dalle forti disuguaglianze economiche e sociali come il nostro, non si può dimenticare che molti studenti si laureano in atenei “di serie B” non perché vogliano fare i furbi ma perché non possono permettersi di emigrare o di pagare la retta di un’università privata, e questo non vuol dire che valgano meno. >
Se nei concorsi pubblici valesse solo il punteggio realizzato durante la prova, anzichè considerare anche il voto di laurea, vincerebbe chi ha maggiori conoscenze. Non conterebbe l'università di provenienza, ma solo la preparazione ricevuta (certo, probabilmente le migliori università fornirebbero maggiori conoscenze). Perderebbe proprio chi "vale meno", cioè chi sa meno cose. Non c'è dubbio che questa sia una disuguaglianza e che non sia democratica: temo che, se i concorsi fossero "democratici", verrebbe assunto anche chi non sa fare il lavoro richiesto.
Se invece di finanziare le università pubbliche si fnanziassero gli studenti, dando (o meglio, prestando) loro il denaro dell'iscrizione, allora si avrebbe l'accesso paritario all'istruzione. Chiunque potrebbe andare nell'università che preferisce.
La domanda è: finanzieresti le università pubbliche solo coi soldi pagati dagli studenti (cioè quelli che il Governo presta loro per l'iscrizione) o in altro modo ?
Dunque credi che le università pubbliche non saprebbero sopravvivere "solo" coi soldi delle iscrizioni. Se sapessero farlo, infatti, non avrebbe senso dare loro altri soldi. Giusto?
Questo significa che, a parità di costo, offrirebbero un servizio peggiore delle altre università (o, cosa equivalente, costerebbero di più per offrire lo stesso servizio). Da una parte avremmo dei professori, dei ricercatori etc il cui stipendio dipenderebbe direttamente dal numero di alunni attratti con la qualità del loro lavoro; dall'altra avremmo altri professori, ricercatori etc il cui stipendio non sarebbe direttamente dipendente dalla qualità del loro lavoro.
La domanda allora è: perchè avvantaggiare alcuni lavoratori (professori, ricercatori etc) rispetto agli altri ?
Nel caso appena citato, hai ammesso che l'università pubblica costerebbe di più a parità di servizio offerto. Questa è una constatazione, perchè sostieni che si debba dare all'università pubblica più soldi di quelli che saprebbe guadagnarsi da sola in concorrenza con le altre università. Dal momento che le università private offrirebbero lo stesso servizio a un costo minore (o, analogamente, un servizio migliore a pari costo), non c'è alcun motivo per un "impegno diretto" dello Stato.
Dire che un settore è "strategico" non vuol dire nulla. Anzitutto, chi decide cosa è "strategico" e cosa non lo è ? E' una questione arbitraria. In secondo luogo, dal punto di vista dell'utilità, il settore alimentare è molto più "fondamentale" dell'istruzione (senza mangiare si muore) - eppure lo Stato non gestisce direttamente la produzione di cibo.
Non dubito che la politica al potere ambisca (da sempre) a plasmare l'istruzione dei futuri elettori. Dubito però che sia una buona cosa. Infatti, in ogni dittatura che si rispetti, è lo Stato a decidere il modo in cui bisogna insegnare.
una impresa privata ha come scopo il lucro, non la beneficenza e legittimamente può scegliere se attirare clienti con la qualità o con la quantità. lo stesso per l'università privata. ed una impresa privata non è democratica.
La retta universitaria (soldi prestati dallo Stato agli studenti) è di 7mila euro all'anno - che in media è circa il dato reale. L'università privata ottiene 100 iscritti, quindi si fa bastare 700mila euro all'anno. L'università pubblica (secondo ciò che proponi) che ottiene 100 iscritti non si fa bastare 700mila euro, ma un numero superiore - dato dalle iscrizioni e dai sussidi statali. L'università pubblica spende di più per istruire lo stesso numero di studenti. Se il servizio offerto dall'università pubblica fosse oggettivamente migliore di quello della privata, allora tutti gli studenti si iscriverebbero in quella pubblica (stesso costo, servizio migliore). Ma non è questo il caso. Dunque, a parità di servizio offerto, l'università pubblica costa di più.
Il fatto che la politica dica che un settore è strategico non significa che lo sia davvero. Un anno fa, lo yogurt è stato decretato "strategico" dal Governo italiano (vedi Parmalat e la cordata italiana contro i Francesi). Direi che non si tratta di una giustificazione oggettiva. Al massimo, è una tautologia: un settore è strategico se il Governo dice che è strategico.
I dipendenti pubblici hanno come scopo il lucro (così come quelli privati), non la beneficienza. Poichè non hanno bisogno di attirare clienti, possono offrire un servizio scarso (stesso stipendio, meno fatica). Se l'università privata insegna male, gli studenti sono liberi di cambiarla e chi ci lavora viene punito per la sua incompetenza; se l'università pubblica insegna male, si è comunque obbligati a pagarla e chi ci lavora non viene punito affatto.
Non capisco cosa c'entri la democrazia, però. Certamente nell'università pubblica si insegna ciò che il Governo dice che va insegnato; in questo senso, la maggioranza si impone sulla minoranza, obbligando la seconda a pagare il tipo di istruzione che la prima vuole. Ma non vedo cosa ci sia di buono in questo. Se allora il Governo dichiarasse strategica la lettura e imponesse a tutti di non leggere alcuni libri ?